Care studentesse, cari studenti, Magnifico Rettore, autorità, cara comunità dell’Università di Padova, con un certo rammarico devo rivolgervi questo saluto restando a casa, dal momento che non ci è possibile condividere questa inaugurazione negli spazi della nostra Università. Permettetemi di cominciare richiamando l’attenzione su una parola, temuta ma densa di significato, e cioè crisi. A tutti noi universitari può accadere di attraversare un momento critico per un esame andato male, o per il dubbio di non aver scelto il percorso giusto. Oggi, però, è la nostra intera comunità ad essere in crisi. 

È ormai da quasi un mese che, come molte colleghe e colleghi, non entro negli edifici dell’Università, e come loro ho nostalgia di Piazza dei Signori, del Portello, del mio Dipartimento. La primavera sta per arrivare, ma Padova non è la stessa città piena di vita. Ci è stato chiesto di fare un sacrificio per contenere il contagio, e tutti, con grande responsabilità, abbiamo scelto di farlo.  

Nessuno immaginava di dover accettare consensualmente delle restrizioni della propria libertà per fronteggiare un nemico del genere: tanto meno se lo aspettava la mia generazione, in prima linea nella lotta verso altri nemici. Il 2020, del resto, non è cominciato in serenità. Nel Mar Egeo, in silenzio, si sta consumando un’altra crisi, quella di decine di migliaia di esseri umani inermi, abbandonati ai confini dell’Unione Europea, istituzione che non riesce, o non vuole, trovare una soluzione che garantisca il rispetto dei diritti umani. In due mesi e mezzo sono già 174 i migranti morti alle porte dell’Europa.

La crisi climatica, poi, sembra inarrestabile: abbiamo vissuto il gennaio più caldo di sempre, e la temperatura in Antartide ha raggiunto picchi di oltre 20 gradi.

L’emergenza sanitaria globale attualmente in corso, però, ci destabilizza particolarmente, forse perché è causata da un agente invisibile, diversamente dalla crisi ambientale e dalla crisi migratoria, le quali hanno dei responsabili ben precisi. Per la prima volta ci rendiamo conto di essere tutti ugualmente vulnerabili. L’intero Paese sta cercando di adattarsi alla situazione, ed è giusto che in questa fase ci si concentri sul far fronte all’emergenza. Ritengo altrettanto giusto, però, cominciare a riflettere su quello che ci aspetterà domani, perché credo anch’io che andrà tutto bene, ma solo se si farà attenzione a quello che la pandemia ci sta insegnando. 

Sembra una beffa, ad esempio, che si sia festeggiata con entusiasmo l’assunzione a tempo indeterminato di Francesca Colavita, una delle ricercatrici precarie che lavorano allo Spallanzani e che hanno isolato il virus. L’Italia è un paese che negli anni ha scelto di tagliare su ricerca e formazione e di avallare e incentivare il precariato. È facile celebrare i ricercatori solo quando ci sono grandi risultati e dimenticarli ad ogni legge di bilancio. Inoltre tantissime colleghe e colleghi delle professioni sanitarie hanno continuato a svolgere il proprio tirocinio fino agli scorsi giorni, e lo hanno fatto con abnegazione. Come spesso accade nel nostro Paese, però, hanno lavorato molto, senza retribuzione, anche per coprire le mancanze del Sistema Sanitario Nazionale. Rivolgo, a proposito, un sentito ringraziamento ai medici e al personale sanitario tutto per il lavoro in prima linea, ma è doveroso constatare che la nostra sanità aveva subito duri colpi e che è sotto stress: decenni di privatizzazioni, restrizioni degli accessi e imbuti formativi hanno aggravato un’emergenza che, però, ci ha fatto riscoprire come l’accesso ad una sanità pubblica e universale sia un diritto a cui non dovremmo mai rinunciare!

Se questa situazione ci può insegnare qualcosa è che tagliare sulla spesa sociale è stato un errore. Il messaggio è quindi chiaro: una crisi socio-economica ci sarà, ma non può essere risolta se non si riparte dal sociale, dalla sanità e dalla ricerca. Bisogna raddoppiare i finanziamenti alle Università, normalizzare i precari, ampliare le assunzioni, superare le programmazioni degli accessi, potenziare il sistema sanitario e superare l’imbuto formativo. Solo se si parte da qui, il nostro Paese e la nostra generazione potranno avere un futuro di consapevolezza, conoscenza e benessere!

In questo momento, molte studentesse e studenti assunti con contratti precari, spesso ai limiti dello sfruttamento, sono fermi e non riceveranno lo stipendio. Per tutti coloro che si pagano l’università lavorando, e per le famiglie meno abbienti colpite dalla crisi, chiedo al Ministro dell’Università e della Ricerca che siano previste misure di aiuto. 

Per quanto riguarda la sfida della didattica a distanza, via web, mi auguro che si colga l’occasione, una volta tornati alla normalità, per riflettere insieme sulla didattica aggiornata e più inclusiva. Se la gran parte di noi potrà tornare fisicamente nelle aule, lo stesso non vale per alcuni studenti con disabilità, che attraversano periodi di malattia o lavorano. Ricordiamoci di loro, costruiamo un’università veramente senza barriere, che lo sia sempre e per tutti. 

Prima di concludere consentitemi di rivolgere un ringraziamento al personale tecnico amministrativo, che ha lavorato in ufficio fino alla settimana scorsa e che non ha fatto mancare il suo supporto in questo momento difficile. Consentitemi anche di ricordare Giulio Regeni. È la quarta volta che noi studenti pronunciamo il suo nome in questa occasione, e lo facciamo perché manca ancora la verità sulla sua morte. Quest’anno lo ricordiamo con più apprensione, pensando alla sorte del ricercatore dell’Università di Bologna Patrick Zaki, ingiustamente in carcere, in Egitto, dal 7 febbraio. La ricerca non ha bisogno di altri martiri.

Concludo, quindi, con un appello alle mie colleghe e ai miei colleghi. In queste settimane stiamo riscoprendo un’altra scansione del tempo, meno frenetica e cadenzata; stiamo riscoprendo il piacere di fermarci a pensare a cosa ci piace fare, a chi ci piace essere, alle relazioni di cui vogliamo prenderci cura e di cui ci stiamo prendendo cura, anche se a distanza. Soprattutto, però, stiamo scoprendo che l’eredità che raccogliamo dalle precedenti generazioni è ancora più gravosa, ora che tocca a noi infondere nella società civile coraggio ed energie per ricostruire un tessuto sociale che uscirà profondamente colpito dall’emergenza. Andrà tutto bene, ma solo se noi, per primi, agiamo affinché tutto vada bene!


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